In girum imus nocte et consumimur igni – Guy Debord

In questo film non farò alcuna concessione al pubblico.
Parecchie eccellenti ragioni giustificano, ai miei occhi, tale condotta; e le esporrò. Innanzi tutto, è abbastanza notorio che non ho mai fatto concessioni alle idee dominanti delle mia epoca, ne ad alcuno dei poteri esistenti. Peraltro, qualunque sia l’epoca non si è comunicato niente di importante avendo dei riguardi per un pubblico, fosse anche composto dai contemporanei di Pericle; e, nello specchio algido dello schermo, gli spettatori non vedono in questo momento niente che evochi cittadini rispettabili di una democrazia. Ecco appunto l’essenziale: questo pubblico così perfettamente privato di libertà, e che ha sopportato tutto, merita meno di ogni altro di essere trattato con riguardo. I manipolatori della pubblicità, con il cinismo tradizionale di coloro che sanno che gli uomini sono portati a giustificare gli affronti di cui non si vendicano, gli annunciano oggi tranquillamente che “quando sia ama la vita, si va al cinema”. Ma questa vita e questo cinema sono ugualmente poca cosa; ed è per questo che sono effettivamente scambiabili con indifferenza. Il pubblico del cinema, che non è mai stato molto borghese e che non è quasi più popolare, viene ormai reclutato quasi interamente in un solo strato sociale, del resto divenuto ampio: quello dei piccoli agenti specializzati nei diversi impieghi di quei “servizi” di cui il sistema produttivo attuale ha così imperiosamente bisogno: gestione, controllo, manutenzione, ricerca, insegnamento, propaganda, distrazione e pseudo-critica. E’ dire a sufficienza, ciò che sono. Bisogna contare anche, ovviamente, in questo pubblico che va ancora al cinema, la stessa specie quando, più giovane, è solo allo stadio di un apprendistato sommario di questi diversi compiti di inquadramento. Dal realismo e dalle realizzazioni di questo famoso sistema si possono già conoscere le capacità personali degli esecutori che esso ha formato. E in effetti costoro si ingannano su tutto, e non possono che sragionare sulle delle menzogne. Sono dei salariati poveri che si credono dei proprietari, degli ignoranti mistificati che si credono istruiti, e dei morti che credono di votare.

Come li ha trattati duramente il sistema di produzione! Di progresso in promozione, hanno perduto il poco che avevano, e guadagnato ciò che nessuno voleva. Collezionano le miserie e le umiliazioni di tutti i sistemi di sfruttamento del passato, ignorandone soltanto la rivolta. Somigliano molto agli schiavi, perché sono parcheggiati in massa, e stretti, in cattivi casamenti malsani e lugubri; mal nutriti da un’alimentazione inquinata e senza gusto; malcurati nelle loro malattie sempre rinnovate; continuamente e meschinamente sorvegliati; tenuti nell’alfabetismo modernizzato e nelle superstizioni spettacolari che corrispondo agli interessi dei loro padroni. Sono trapiantati lontano dalla loro province o dai loro quartieri, in un paesaggio nuovo e ostile, secondo le convenienze concentrazionarie dell’industria attuale. Sono solamente cifre in grafici tracciati da imbecilli. Muoiono in serie sulle strade, a ogni epidemia di influenza, a ogni ondata di caldo, a ogni errore di coloro che adulterano i loro alimenti, a ogni innovazione tecnica proficua per i vari imprenditori di uno scenario di cui sono i primi a farne le spese. Le loro dure condizioni di esistenza comportano la loro degenerazione fisica, intellettuale, mentale. Continue reading In girum imus nocte et consumimur igni – Guy Debord

Deleuze contro i nuovi filosofi

È il loro mestiere attaccare, rispondere, rispondere alle risposte. Per quanto mi riguarda, io posso farlo una sola volta. È dopo questa non risponderò più.

Il marketing ha i suoi particolari principi:
1. Bisogna che si parli di un libro (e che se ne faccia parlare) più di quanto il libro parli o abbia da dire di per sé. Al limite, è necessario che la moltitudine di articoli di giornale, interviste, colloqui, trasmissioni radiotelevisive rimpiazzi completamente il libro, che a quel punto potrebbe benissimo non esistere affatto. Per questo il lavoro cui si dedicano i nuovi filosofi è, più che a livello di libri scritti,  a  livello  di  articoli  da  ottenere,  di  giornali  o  trasmissioni  da  occupare,  di  interviste  da piazzare, di dossier da fare, di numeri di “Playboy”. Tutta un’attività che, visti i livelli di organizzazione, sembra escludere la filosofia, o dalla filosofia essere esclusa.
2.  Dal  punto  di  vista  del  marketing  è  assolutamente  necessario  che  lo  stesso  libro  o  lo  stesso prodotto possano tollerare diverse versioni, in modo da convenire a tutti: una versione pia, atea, una heideggeriana,  una  “gauchiste”,  una  centrista,  una  buona  per  “un’unione  di  sinistra”  alquanto sfumata, e persino una per Chirac o i neo-fascisti.
Di qui l’importanza di una distribuzione dei ruoli basata sui gusti.

Recentemente  André  Scala  ha analizzato  un’incipiente  inversione  nel  rapporto  giornalista-scrittore,  stampa-libro. Il giornalismo, in collegamento con radio e televisione, si è reso conto in modo sempre più lucido della sua possibilità di creare l’avvenimento (le fughe controllate, Watergate, i sondaggi…). Avendo meno bisogno di riferirsi ad avvenimenti esterni, vista la sua capacità di crearne una larga parte, aveva correlativamente meno bisogno di confrontarsi con analisi esterne o con personaggi tipo “l’intellettuale”, “lo scrittore” ecc.: “il giornalismo scopriva in se stesso una forma di pensiero autonoma e autosufficiente”. È per questo che, al limite, un libro vale meno dell’articolo di giornale che su di esso si scrive, o dell’intervista cui dà luogo. Gli intellettuali, gli scrittori, persino gli artisti, sono perciò costretti a divenire giornalisti se vogliono uniformarsi alle norme. È un nuovo tipo di pensiero: il pensiero-intervista, il pensiero-colloquio, il pensiero-minuta. Si immagina un libro che possa fondarsi su un articolo di giornale, non il contrario

Il  giornale  non  ha  più  bisogno  del libro.  Non  voglio  dire  che  questo  rivolgimento,  questo  addomesticamento  dell’intellettuale,  questa
“giornalizzazione”, siano una catastrofe. Era inevitabile: nel momento stesso in cui la scrittura e il pensiero tendevano ad abbandonare la funzione-autore, in cui le “creazioni” non passavano più per la funzione-autore, questa trovava nuova vita grazie alla radio, alla televisione e al giornalismo.
I  giornalisti  diventavano  i  nuovi  autori,  e  gli  scrittori  che  volevano  ancora  essere  autori  dovevano passare  attraverso  i  giornalisti,  o  divenire  giornalisti  di  se  stessi.  Una  funzione  caduta  in  forte discredito  ritrovava  la  sua  modernità  e  fondava  un  nuovo  conformismo  semplicemente  cambiando
luogo e oggetto. Tutto questo ha reso possibili le iniziative di marketing intellettuale.

Assolutamente  no.  Non  c’è  alcun  bisogno  di  una  simile  scelta:  o  il  marketing  o  la  vecchia maniera. È una falsa alternativa: tutto quanto è attualmente vivo sfugge a una opposizione siffatta. Gli “incontri” sono la prima mossa. Non certo nel senso di colloqui o dibattiti, ma in quello per cui, se  si  lavora  in  una  disciplina,  ci  si  incontra  con  gente  che  lavora  in  un’altra  disciplina,  come  se  la soluzione venisse sempre da fuori. Non si tratta di comparazioni o di analogie intellettuali, bensì di intersezioni  effettive,  di  incroci  di  linee.

Far “incontrare” il proprio lavoro con quello dei musicisti, dei pittori o degli  scienziati,  è  il  solo  atteggiamento  che  non  si  ricollega  né  alle  vecchie  scuole  né  al  nuovo marketing.  Si  tratta  di  “punti  singolari”  che  costituiscono  dei  veri  e  propri  focolai  di  creazione, funzioni  creatrici  indipendenti  dalla  funzione-autore.  E  ciò  non  vale  soltanto  per  le  intersezioni  di discipline  differenti:  ogni  disciplina,  ogni  elemento  di  essa,  per  quanto  piccolo  sia,  è  già  di  per  sé fatta di tali incroci.

Ebbene, ogni volta che le funzioni creatrici abbandonano in tal modo la funzione-autore, si vede quest’ultima rifugiarsi in un nuovo conformismo da “promotion”. È  tutta una  serie  di  battaglie,  più  o  meno  visibili: il  cinema,  la  radio,  la  televisione  rappresentano  la possibilità di esistenza di funzioni creatrici che hanno destituito l’Autore; ma la funzione-autore si ricostituisce  al  riparo  degli  usi  conformisti  di  tali  “media”.

Quando la letteratura, la musica o altro conquistano nuovi orizzonti di creazione, la funzione-autore si ricostituisce nel giornalismo, che sta ormai per soffocare definitivamente le funzioni creatrici proprie e quelle della letteratura.

Anche se tutti loro svanissero domani, la loro iniziativa di marketing sarà ripresa.

Quanti  più  saranno  i  dibattiti  cretini  in  televisione,  quanti  più  i  narcisistici filmetti d’autore, tanto meno sarà possibile la creazione, in televisione e altrove.

Estratti da un’intervista a Gilles Deleuze pubblicata nel 2007 sul n. 32 di Millepiani, “Dis-senso. Per un’ecologia materialista”, Eterotopia

“Il problema non è più quello di fare in modo che la gente si esprima, ma di procurare loro degli interstizi di solitudine e di silenzio a partire dai quali avranno finalmente qualcosa da dire. Le forze della repressione non impediscono alla gente di esprimersi, al contrario la costringono a esprimersi. Dolcezza di non aver nulla da dire: è questa la condizione perché si formi qualcosa di raro o di rarefatto che meriti, per poco che sia, di essere detto”.

Il passaggio al bosco – Ernst Junger

Il passaggio al bosco seguiva la messa al bando; e in quel modo l’uomo proclamava la propria volontà di affermarsi con le sue forze. Così facendo veniva considerato un uomo d’onore, come oggi, del resto, malgrado tutti i luoghi comuni che dicono il contrario.

Nella maggior parte dei casi la messa al bando era a quel tempo la conseguenza di un omicidio; oggi, invece, colpisce l’uomo automaticamente, come un giro di roulette. Nessuno di noi può sapere oggi se per caso domani mattina non si troverà a far parte di un gruppo dichiarato illegale. Ogni parvenza di civiltà sembra in tal caso abbandonare la nostra esistenza, mentre scompaiono gli scenari del benessere che anzi si trasformano in segni premonitori di distruzione. Il piroscafo di lusso diventa una nave da guerra, se addirittura non vengono issate le bandiere nere dei pirati o quelle rosse dei carnefici.

Il proscritto, ai tempi dei nostri antenati, era avvezzo a pensare con la propria testa, a condurre una vita dura, ad agire in piena autonomia. È probabile che in seguito si sia sentito abbastanza forte da accettare anche la messa al bando, e da solo è diventato guerriero, medico, giudice, perfino sacerdote. Oggi non è più così.

Le persone sono talmente adagiate nell’alveo delle strutture collettive da non essere più capaci di difendersi. Quasi non riescono più a rendersi conto di quale forza abbiano raggiunto i pregiudizi nella nostra epoca detta dei lumi. La vita, tra l’altro, discende dalle prese di corrente, dalle riserve di plasma, dalle condutture; da cui l’importanza delle sincronizzazioni, dei ripetitori, delle trasmissioni. Né le cose vanno molto meglio quando è in gioco la salute.

Ed ecco che all’improvviso la proscrizione ti colpisce, spesso come un fulmine a ciel sereno: sei un rosso, un bianco, un nero, un russo, un ebreo, un tedesco, un coreano, un gesuita, un massone e, comunque, sei peggio di un cane.

 

Ernst Junger, Trattato del ribelle

Dedica – Ricerca della base e della vetta – René Char

Povertà e privilegio è dedicato a tutti i disillusi silenziosi che, malgrado le sconfitte, non sono diventati inattivi. Loro sono il ponte. Saldi di fronte alla muta dei bari, sopra il vuoto e vicini alla terra che è di tutti, scorgono l’ultimo raggio e segnalano il primo. Qualcosa che regnò, si piegò, sparì, dovrebbe, riapparendo, servire la vita: la nostra vita di mietiture e deserti, e quel che meglio l’illustra nel suo avere illimitato.
Non si può impazzire in un’epoca forsennata, ma si può esser bruciati vivi da un fuoco di cui si è l’eguale.
1954

René Char – Ricerca della base e della vetta

amore è l’eterno unico dio – E.E. Cummings

love is the every only god

who spoke this earth so glad and big
even a thing all small and sad
man,may his mighty briefness dig

for love beginning means return
seas who could sing so deep and strong

one queerying wave will whitely yeam
from each last shore and home come young

so truly perfectly the skies
by merciful love whispered were,
completes its brightness with your eyes

any illimitable star

 

 

amore è l’eterno unico dio

che disse sia questa terra gaia e grande
perfino una cosarella tutta triste
l’uomo,può solcare la sua potente brevità

per l’amore inizio significa ritorno
mari che cantano così fondi e forti

un’onda imbizzarrita spumeggiando si struggerà
da ogni ultima sponda tornando a riva piccola

in modo così perfetto furono i cieli
in misericordioso amore sospirati,
la sua luminosità completa coi tuoi occhi

ogni stella sconfinata

Tra andarsene e restare – Octavio Paz

Tra andarsene e restare è incerto il giorno,
innamorato della sua trasparenza.

Il pomeriggio circolare si fa baia;
nel suo calmo viavai si mescola il mondo.

Tutto è visibile e tutto è elusivo,
tutto è vicino e tutto è inafferrabile.

Le carte, il libro, il bicchiere, la matita
riposano all’ombra dei loro nomi.

Nella mia tempia il battito del tempo ripete
la stessa testarda sillaba di sangue.

Dell’indifferente muro la luce fa
uno spettrale teatro di riflessi.

Mi scopro nel centro di un occhio;
non mi guarda, mi guardo nel suo sguardo.

Si dissipa l’istante. Immobile.
Vado e vengo: sono una pausa.

Torture – Wislawa Szymborska

Nulla è cambiato.
Il corpo prova dolore,
deve mangiare e respirare e dormire,
ha la pelle sottile, e subito sotto sangue,
ha una buona scorta di denti e di unghie,
le ossa fragili, le giunture stirabili.
Nelle torture, di tutto ciò si tiene conto.

Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c’erano, e ci sono, solo la terra è più piccola
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.

Nulla è cambiato.
C’è soltanto più gente,
alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,
reali, fittizie, temporanee e inesistenti,
ma il grido con cui il corpo ne risponde
era, è e sarà un grido di innocenza,
secondo un registro e una scala eterni.

Nulla è cambiato.
Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.
Il gesto delle mani che proteggono il corpo
è rimasto però lo stesso.
Il corpo si torce, si dimena e divincola,
fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,
illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

Nulla è cambiato.
Tranne il corso dei fiumi,
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Tra questi paesaggi l’animula vaga,
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a se stessa estranea, inafferrabile,
ora certa, ora incerta della propria esistenza,
mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è
e non trova riparo.

Non si è mai visto davvero il mondo se non lo si è sognato – Bachelard

Quando un cultore di rêverie è riuscito a sfuggire a tutte le preoccupazioni che affannano la vita, quando si è allontanato dal pensiero che gli deriva dal pensiero degli altri ed è così veramente l’autore della sua solitudine, quando infine può contemplare senza contare le ore la bellezza dell’universo, egli sente allora che un essere comincia a germogliare dentro a sé. A un tratto diviene sognatore del mondo. Egli si apre al mondo e il mondo si apre a lui.

Non si è mai visto davvero il mondo se non lo si è sognato. In una fantasticheria solitaria che accresce la solitudine del sognatore, due profondità si incontrano e risuonano come un’eco, dagli abissi dell’essere del mondo sino alla profondità dell’essere dell’uomo che sogna. Il tempo si ferma. Senza più ieri né domani, inghiottito dalla duplice profondità del sognatore e del mondo. Allora il mondo appare così maestoso che non vi accade più nulla: riposa nella sua tranquillità.

 

Gaston Bachelard

Un dito addita la luna et al – Nodi – R.D. Laing

Un dito addita la luna
Mettete l’espressone
un dito addita la luna, tra parentesi
(un dito addita la luna)
L’asserzione:
“un dito addita la luna è tra parentesi”
è un tentativo di dire che tutto ciò che è nella parentesi
(                                           )
è, in rapporto a ciò che non è nella parentesi,
ciò che un dito è alla luna
Mettete tutte le espressioni possibili tra parentesi
Mettete tutte le forme possibili tra parentesi
e mettete le parentesi tra parentesi
Ogni espressione, e ogni forma,
e rispetto a tutto ciò che non ha espressione e non ha
forma
ciò che un dito è alla luna
tutte le espressioni e tutte le forme
additano a ciò che non ha espressione e forma
la proposizione
“Tutte le forme additano a ciò che non ha forma”
è essa stessa un’asserzione formale

Non,
come il dito sta alla luna
così la forma sta a ciò che non ha forma
ma,
come il dito sta alla luna
così
tutte le espressioni forme proposizioni
possibili,
compresa questa, fatte o ancora da farsi,
insieme alle parentesi
stanno a

Che dito interessante
lasciamelo succhiare
Non è un dito interessante
tiralo via

L’asserzione non addita
Il dito è ammutolito

Nodi – R.D. Laing

Addio alla rivoluzione – Tomas Ibanez

Qual è la relazione tra Anarchismo da una parte e Rivoluzione Sociale dall’altra? In effetti, il movimento anarchico reale ha troncato la questione da molto tempo ed, in un certo senso, si può dire che il dibattito «rivoluzione si o no» è un dibattito sfasato o, se preferite, un dibattito per dinosauri ideologici, tra i quali evidentemente mi metto.

Io sostengo che il concetto di rivoluzione è antitetico o incompatibile con il pensiero anarchico, per il fatto stesso che è portatore d’una serie di conseguenze o effetti che sono necessariamente liberticidi.

Non si tratta, anzi tutto il contrario, di mettere in causa il «desiderio di rivoluzione» che costituisce un elemento fondamentale della sensibilità social-emancipatrice e del pensiero utopico o d’ogni esigenza etica.

I libertari e, con loro, milioni di persone sognano più o meno vagamente d’una mutazione sociale che sfocerebbe in una società radicalmente differente da quelle che conosciamo. Questo sogno costituisce, in effetti, un elemento dell’immaginario sociale dal tempo, non così lontano, in cui si scoprì che le forme sociali sono forme socio-storiche, cioè forme relative, e che è dunque concepibile agire su di esse per modificarle volontariamente. Desiderare attivamente di vivere in un «altrove», in rapporto al social-istituito che conosciamo, costituisce certamente l’imperativo d’ogni etica.

Non è dunque il desiderio di rivoluzione ad essere messo in causa. Ben al contrario, il desiderio di rivoluzione costituisce un elemento fondamentale di tutto il pensiero critico e fa parte a pieno titolo dell’indispensabile utopia libertaria. Ciò che risulta invece seriamente problematico è il progetto di rivoluzione. Vale a dire l’elaborazione politica o strategica del desiderio di rivoluzione, la sua traduzione concreta a livello d’una concezione e d’una pratica sociopolitica che si vogliono libertarie. Ciò che diventa seriamente problematico è la costituzione del desiderio di rivoluzione in un progetto razionale, elaborato, articolato, che serva da motore all’efficacia dell’azione individuale e collettiva, poiché il desiderio di rivoluzione diviene allora, necessariamente, un’impresa totalitaria ed uno strumento di dominazione. Perché il progetto rivoluzionario si contrappone a quello che potrebbe essere considerato come l’essenza stessa del pensiero anarchico? Non si tratta di una domanda legata all’aspetto insurrezionale o meno della rivoluzione.

In effetti, il ricorso alla violenza costituisce spesso la sola via d’uscita valida di fronte a certe situazioni ed io non sono di quelli che vedono nell’uso della violenza una «tara» che snaturi irremissibilmente ogni azione dalle mire emancipatrici. È vero che i mezzi o gli strumenti utilizzati non sono mai neutri e che l’uso della violenza implica necessariamente degli effetti specifici, ma tutti i mezzi che possiamo utilizzare sono caricati di effetti secondari non desiderati e non controllati. L’anatema lanciato contro la violenza dei dominati non pare giustificabile, a meno che non si miri ad un’eventuale «strategia della violenza», nel qual caso sarei d’accordo anch’io.

Al di là dell’aspetto insurrezionale o meno della rivoluzione, quello che viene messo in causa tocca una questione fondamentale, legata alla logica stessa del concetto di rivoluzione. Un’analisi storica dell’emergere e dello svilupparsi del concetto di rivoluzione sociale ci mostrerebbe a qual punto questo concetto è stato segnato dal modello scientifico proprio alla meccanica classica e a qual punto è tributario dell’ideologia scientista, determinista e dominatrice che impregna il modello scientifico galileo-newtoniano. Lappo Berti1 ha realizzato quest’analisi in un eccellente articolo apparso nella rivista «Aut-Aut»; non tratterò dunque in maniera dettagliata questo punto e mi accontenterò di segnalare che il concetto di rivoluzione è stato fondamentalmente utile, a livello storico, per i disegni della borghesia e, più in generale, per i disegni di ogni tentativo di conquista del potere politico. Questo aspetto da solo basterebbe a gettare un’ombra di dubbio sulla pretesa pertinenza libertaria del concetto di rivoluzione, ma ciò che importa è di segnalare altri aspetti e per far questo è necessario precisare alcune caratteristiche del concetto di rivoluzione. Una rivoluzione non si riduce certamente ad una semplice trasformazione della società, bisogna specificare almeno 5 elementi supplementari per render conto del concetto di rivoluzione:

 

1.è una trasformazione relativamente brusca e rapida, senza la quale i termini di «rivoluzione» ed «evoluzione» sarebbero intercambiabili;

2.è una trasformazione radicale, senza la quale si parlerebbe di un semplice riaggiustamento o di «riforma» sociale;

3.è una trasformazione orientata, o finalizzata, poiché i libertari non sono dei «democratici primari», non si soddisfano con la nozione di realizzazione del desiderio maggioritario delle persone ed esigono che la rivoluzione, per essere «autentica», si conformi ai propri criteri.

4.è una trasformazione globale, che tocca tutta la società, senza la quale non si tratterebbe che di una protesi sociale locale;

5.infine, a livello di progetto politico, la rivoluzione diventa necessariamente un obiettivo trascendente. Difatti, gli effetti attribuiti alla sua realizzazione sono sufficientemente importanti perché questo obiettivo, la rivoluzione, si collochi ad un livello qualitativamente diverso dagli altri obiettivi, relegandoli in una situazione di subordinazione gerarchica.

 

Se analizziamo le diverse conseguenze che derivano dalle cinque caratteristiche enunciate, è facile vedere perché l’idea di rivoluzione diventa incompatibile con l’anarchismo dall’istante in cui essa prende la forma di un progetto politico, cioè di un progetto virtualmente realizzabile e che orienta la pratica social-antagonista dei libertari.

Molto brevemente, segnalo tre di queste ragioni:

 

1. l’idea di rivoluzione, in quanto obiettivo trascendente, in quanto l’obiettivo sovraordinato, reintroduce necessariamente un elemento teologico nel pensiero libertario. Questo obiettivo supremo rende legittimo il sacrificio del presente al futuro, del tempo concretamente vissuto al tempo puramente ideale, legittima il sacrificio della vita all’idea, per non parlare d’altri sacrifici che si estendono dall’auto-sacrificio militante al sacrificio altrui, passando per il sacrificio (o la messa tra parentesi) dei «principi». Dall’istante in cui vi è un obiettivo trascendente, un fine supremo, un valore collocato nel tempo futuro, tutti i sacrifici sono permessi. Se la rivoluzione può essere compiuta grazie ad una strategia, qualunque essa sia, è chiaro che non ci possiamo dire libertari se non tentiamo di realizzarla – costi quel che costi -. Le migliaia di morti che quotidianamente provoca la società istituita, le innumerevoli sofferenze ed umiliazioni di ogni momento, l’ingiustizia permanente non ci lasciano scelta. Se la rivoluzione è inscritta come possibile conseguenza d’una strategia, niente può giustificare la rinuncia a questa strategia. L’affermazione che «il fine non giustifica i mezzi» perde in questo contesto ogni significato che non sia moralista e pio. Che importano le giustificazioni se il risultato costituisce la fine della barbarie? Si tratta certamente d’un vecchio dibattito, ma coloro che credevano veramente che la rivoluzione potesse essere una conseguenza diretta delle loro azioni avevano ragione di «calpestare» i «buoni sentimenti» dei libertari. Bisogna effettivamente scegliere tra la credenza nel progetto rivoluzionario da una parte e «l’ideologia» libertaria dall’altra. Non si può essere libertari e sviluppare un progetto rivoluzionario, poiché questo nega l’insieme dei valori libertari. Non averlo compreso ha condotto i libertari della prima metà del secolo ad incredibili aporie, scavando un fosso tra la loro pratica e la loro ideologia.

2. L’idea di rivoluzione, in quanto progetto globale e totalizzante, che tocca l’insieme d’una data società, è necessariamente un progetto totalitario perché «annoda» in uno stesso nodo l’insieme delle traiettorie individuali, subordinando il particolare al generale. In effetti la società è un sistema, nel senso forte del termine tutte le sue parti interagiscono le une con le altre e sono interrelate. La società è più della somma delle sue parti ma essa è anche meno della somma delle sue parti, giacché per il semplice fatto d’essere costretta in un sistema ogni parte subisce delle costrizioni che limitano l’espressione delle sue proprietà. Il «progetto rivoluzionario» comporta anche un «progetto di società». In effetti, non si tratta d’un semplice progetto negativo mirante a distruggere e basta il sociale istituito, ma comporta la proposta d’un sistema sociale alternativo. Di conseguenza, il progetto rivoluzionario si presenta come un progetto che toccherà, che lo voglia o no, l’esistenza di ognuna delle parti che compongono la società, che queste parti vogliano o no adattarsi al progetto di società concepito dai «rivoluzionari». Un progetto di società può essere concepito in moda da massimizzare la libertà e l’autonomia di ciascun elemento sociale ma ciascun elemento deve essere compatibile con l’insieme, e questo insieme assicura appunto la compatibilità esercitando su questo le operazioni materiali ed ideologiche necessarie. Il modello di società veicolato da un progetto rivoluzionario è dunque un modello per tutti. Si può dubitare che il fine dell’azione libertaria sia di promuovere un sistema sociale, qualunque esso sia, nella misura in cui, per definizione, questo sistema sarà localmente costrittivo.

3. Infine, l’idea di rivoluzione implica la credenza nel determinismo sociale, cioè la credenza che la società è una specie di macchina retta da leggi, sulla quale si possono applicare alcune azioni causali per produrre degli effetti controllati e prevedibili. Senza questa credenza il «progetto rivoluzionario» non ha senso perché una strategia si può elaborare solo sulla base d’un legame causale tra le operazioni realizzate e le conseguenze prodotte, o quantomeno sulla base d’una credenza in questo carattere causale. Il che porta ad ignorare semplicemente che la società è un sistema autoorganizzante e dunque fortemente imprevedibile nelle sue reazioni e nel suo funzionamento. E questo porta anche (ma è un’altra questione), ad accettare un modello di conoscenza del sociale basato sul controllo dell’oggetto da conoscere, cioè basato in definitiva sul controllo sociale.

 

In definitiva, il pensiero libertario non può ospitare nel suo seno il concetto di rivoluzione e deve anzi abbandonare l’uso stesso del termine «rivoluzione». L’attività pratica dei libertari può, eventualmente, scatenare o provocare una rivoluzione, ma mai come risultato di un effetto ricercato, mai come esito d’un progetto razionale e coerente. Il «desiderio di rivoluzione» e l’«utopia» sottese dalle pratiche libertarie costituiscono dei potenti elementi di cambiamento sociale. Possono forzare il sistema sociale a ristrutturarsi senza che si sappia molto bene come e perché. Per fortuna, né i libertari, né alcun altro dominano sufficientemente i meccanismi e le regole sociali per poterli controllare e dirigerne volontariamente il corso. Per finire, vorrei ricordare che l’anarchismo è un sistema in divenire, un sistema essenzialmente evolutivo, che alle sue origini era pieno di insufficienze e tracce autoritarie ed ancor oggi continua ad averne.

In una prospettiva di anarchismo critico, si tratta, per così dire, di migliorare l’anarchismo giorno dopo giorno liberandolo progressivamente dei suoi contenuti autoritari. Oggi, il progresso del pensiero anarchico passa attraverso tre condizioni essenziali:

 

1. Abbandonare esplicitamente il concetto di rivoluzione, procedere alla sua critica e tirare tutte le conseguenze di questo abbandono.

2. Riconoscere l’impossibilità d’una società privata delle relazioni di potere e tirarne anche qui le conseguenze.

3. Riconoscere che non tutte le finalità positive sono necessariamente compatibili tra loro2 e tirarne le conclusioni.

 

Se quello che ho detto è vero, è certamente un vero peccato perché era piacevole sognare una società senza potere, credere che tutti i valori che ci sembrano positivi potessero organizzarsi in una sorta di bouquet armonioso ed era effettivamente esaltante vivere lottando per la rivoluzione. Gli anarchici sono stati tra i primi a proclamare che l’uomo doveva abituarsi a vivere senza Dio, anche se questo era frustrante e difficile; oggi gli anarchici, e gli uomini in generale, devono apprendere a vivere abbandonando la credenza nella rivoluzione.

 

Tomas Ibanez – Coordinatore del Dipartimento di Psicologia Sociale all’Università Indipendente di Barcellona. Figlio di esuli spagnoli a Parigi, è stato tra i fondatori del Movimento XXII Marzo ed è stato espulso dalla Francia per la sua partecipazione al Maggio ’68; autore di Poder y Libertad (Barcellona, 1983).

 

Traduzione di Rossella Di Leo

 

 

1 BERTI L., Rivoluzione o…? «Aut-Aut», gennaio 1980, Milano.

2 PAGÉS R., La libertà, la guerra, la servitù, «Volontà», n. 4/1984