In girum imus nocte et consumimur igni – Guy Debord

In questo film non farò alcuna concessione al pubblico.
Parecchie eccellenti ragioni giustificano, ai miei occhi, tale condotta; e le esporrò. Innanzi tutto, è abbastanza notorio che non ho mai fatto concessioni alle idee dominanti delle mia epoca, ne ad alcuno dei poteri esistenti. Peraltro, qualunque sia l’epoca non si è comunicato niente di importante avendo dei riguardi per un pubblico, fosse anche composto dai contemporanei di Pericle; e, nello specchio algido dello schermo, gli spettatori non vedono in questo momento niente che evochi cittadini rispettabili di una democrazia. Ecco appunto l’essenziale: questo pubblico così perfettamente privato di libertà, e che ha sopportato tutto, merita meno di ogni altro di essere trattato con riguardo. I manipolatori della pubblicità, con il cinismo tradizionale di coloro che sanno che gli uomini sono portati a giustificare gli affronti di cui non si vendicano, gli annunciano oggi tranquillamente che “quando sia ama la vita, si va al cinema”. Ma questa vita e questo cinema sono ugualmente poca cosa; ed è per questo che sono effettivamente scambiabili con indifferenza. Il pubblico del cinema, che non è mai stato molto borghese e che non è quasi più popolare, viene ormai reclutato quasi interamente in un solo strato sociale, del resto divenuto ampio: quello dei piccoli agenti specializzati nei diversi impieghi di quei “servizi” di cui il sistema produttivo attuale ha così imperiosamente bisogno: gestione, controllo, manutenzione, ricerca, insegnamento, propaganda, distrazione e pseudo-critica. E’ dire a sufficienza, ciò che sono. Bisogna contare anche, ovviamente, in questo pubblico che va ancora al cinema, la stessa specie quando, più giovane, è solo allo stadio di un apprendistato sommario di questi diversi compiti di inquadramento. Dal realismo e dalle realizzazioni di questo famoso sistema si possono già conoscere le capacità personali degli esecutori che esso ha formato. E in effetti costoro si ingannano su tutto, e non possono che sragionare sulle delle menzogne. Sono dei salariati poveri che si credono dei proprietari, degli ignoranti mistificati che si credono istruiti, e dei morti che credono di votare.

Come li ha trattati duramente il sistema di produzione! Di progresso in promozione, hanno perduto il poco che avevano, e guadagnato ciò che nessuno voleva. Collezionano le miserie e le umiliazioni di tutti i sistemi di sfruttamento del passato, ignorandone soltanto la rivolta. Somigliano molto agli schiavi, perché sono parcheggiati in massa, e stretti, in cattivi casamenti malsani e lugubri; mal nutriti da un’alimentazione inquinata e senza gusto; malcurati nelle loro malattie sempre rinnovate; continuamente e meschinamente sorvegliati; tenuti nell’alfabetismo modernizzato e nelle superstizioni spettacolari che corrispondo agli interessi dei loro padroni. Sono trapiantati lontano dalla loro province o dai loro quartieri, in un paesaggio nuovo e ostile, secondo le convenienze concentrazionarie dell’industria attuale. Sono solamente cifre in grafici tracciati da imbecilli. Muoiono in serie sulle strade, a ogni epidemia di influenza, a ogni ondata di caldo, a ogni errore di coloro che adulterano i loro alimenti, a ogni innovazione tecnica proficua per i vari imprenditori di uno scenario di cui sono i primi a farne le spese. Le loro dure condizioni di esistenza comportano la loro degenerazione fisica, intellettuale, mentale. Continue reading In girum imus nocte et consumimur igni – Guy Debord

Deleuze contro i nuovi filosofi

È il loro mestiere attaccare, rispondere, rispondere alle risposte. Per quanto mi riguarda, io posso farlo una sola volta. È dopo questa non risponderò più.

Il marketing ha i suoi particolari principi:
1. Bisogna che si parli di un libro (e che se ne faccia parlare) più di quanto il libro parli o abbia da dire di per sé. Al limite, è necessario che la moltitudine di articoli di giornale, interviste, colloqui, trasmissioni radiotelevisive rimpiazzi completamente il libro, che a quel punto potrebbe benissimo non esistere affatto. Per questo il lavoro cui si dedicano i nuovi filosofi è, più che a livello di libri scritti,  a  livello  di  articoli  da  ottenere,  di  giornali  o  trasmissioni  da  occupare,  di  interviste  da piazzare, di dossier da fare, di numeri di “Playboy”. Tutta un’attività che, visti i livelli di organizzazione, sembra escludere la filosofia, o dalla filosofia essere esclusa.
2.  Dal  punto  di  vista  del  marketing  è  assolutamente  necessario  che  lo  stesso  libro  o  lo  stesso prodotto possano tollerare diverse versioni, in modo da convenire a tutti: una versione pia, atea, una heideggeriana,  una  “gauchiste”,  una  centrista,  una  buona  per  “un’unione  di  sinistra”  alquanto sfumata, e persino una per Chirac o i neo-fascisti.
Di qui l’importanza di una distribuzione dei ruoli basata sui gusti.

Recentemente  André  Scala  ha analizzato  un’incipiente  inversione  nel  rapporto  giornalista-scrittore,  stampa-libro. Il giornalismo, in collegamento con radio e televisione, si è reso conto in modo sempre più lucido della sua possibilità di creare l’avvenimento (le fughe controllate, Watergate, i sondaggi…). Avendo meno bisogno di riferirsi ad avvenimenti esterni, vista la sua capacità di crearne una larga parte, aveva correlativamente meno bisogno di confrontarsi con analisi esterne o con personaggi tipo “l’intellettuale”, “lo scrittore” ecc.: “il giornalismo scopriva in se stesso una forma di pensiero autonoma e autosufficiente”. È per questo che, al limite, un libro vale meno dell’articolo di giornale che su di esso si scrive, o dell’intervista cui dà luogo. Gli intellettuali, gli scrittori, persino gli artisti, sono perciò costretti a divenire giornalisti se vogliono uniformarsi alle norme. È un nuovo tipo di pensiero: il pensiero-intervista, il pensiero-colloquio, il pensiero-minuta. Si immagina un libro che possa fondarsi su un articolo di giornale, non il contrario

Il  giornale  non  ha  più  bisogno  del libro.  Non  voglio  dire  che  questo  rivolgimento,  questo  addomesticamento  dell’intellettuale,  questa
“giornalizzazione”, siano una catastrofe. Era inevitabile: nel momento stesso in cui la scrittura e il pensiero tendevano ad abbandonare la funzione-autore, in cui le “creazioni” non passavano più per la funzione-autore, questa trovava nuova vita grazie alla radio, alla televisione e al giornalismo.
I  giornalisti  diventavano  i  nuovi  autori,  e  gli  scrittori  che  volevano  ancora  essere  autori  dovevano passare  attraverso  i  giornalisti,  o  divenire  giornalisti  di  se  stessi.  Una  funzione  caduta  in  forte discredito  ritrovava  la  sua  modernità  e  fondava  un  nuovo  conformismo  semplicemente  cambiando
luogo e oggetto. Tutto questo ha reso possibili le iniziative di marketing intellettuale.

Assolutamente  no.  Non  c’è  alcun  bisogno  di  una  simile  scelta:  o  il  marketing  o  la  vecchia maniera. È una falsa alternativa: tutto quanto è attualmente vivo sfugge a una opposizione siffatta. Gli “incontri” sono la prima mossa. Non certo nel senso di colloqui o dibattiti, ma in quello per cui, se  si  lavora  in  una  disciplina,  ci  si  incontra  con  gente  che  lavora  in  un’altra  disciplina,  come  se  la soluzione venisse sempre da fuori. Non si tratta di comparazioni o di analogie intellettuali, bensì di intersezioni  effettive,  di  incroci  di  linee.

Far “incontrare” il proprio lavoro con quello dei musicisti, dei pittori o degli  scienziati,  è  il  solo  atteggiamento  che  non  si  ricollega  né  alle  vecchie  scuole  né  al  nuovo marketing.  Si  tratta  di  “punti  singolari”  che  costituiscono  dei  veri  e  propri  focolai  di  creazione, funzioni  creatrici  indipendenti  dalla  funzione-autore.  E  ciò  non  vale  soltanto  per  le  intersezioni  di discipline  differenti:  ogni  disciplina,  ogni  elemento  di  essa,  per  quanto  piccolo  sia,  è  già  di  per  sé fatta di tali incroci.

Ebbene, ogni volta che le funzioni creatrici abbandonano in tal modo la funzione-autore, si vede quest’ultima rifugiarsi in un nuovo conformismo da “promotion”. È  tutta una  serie  di  battaglie,  più  o  meno  visibili: il  cinema,  la  radio,  la  televisione  rappresentano  la possibilità di esistenza di funzioni creatrici che hanno destituito l’Autore; ma la funzione-autore si ricostituisce  al  riparo  degli  usi  conformisti  di  tali  “media”.

Quando la letteratura, la musica o altro conquistano nuovi orizzonti di creazione, la funzione-autore si ricostituisce nel giornalismo, che sta ormai per soffocare definitivamente le funzioni creatrici proprie e quelle della letteratura.

Anche se tutti loro svanissero domani, la loro iniziativa di marketing sarà ripresa.

Quanti  più  saranno  i  dibattiti  cretini  in  televisione,  quanti  più  i  narcisistici filmetti d’autore, tanto meno sarà possibile la creazione, in televisione e altrove.

Estratti da un’intervista a Gilles Deleuze pubblicata nel 2007 sul n. 32 di Millepiani, “Dis-senso. Per un’ecologia materialista”, Eterotopia

“Il problema non è più quello di fare in modo che la gente si esprima, ma di procurare loro degli interstizi di solitudine e di silenzio a partire dai quali avranno finalmente qualcosa da dire. Le forze della repressione non impediscono alla gente di esprimersi, al contrario la costringono a esprimersi. Dolcezza di non aver nulla da dire: è questa la condizione perché si formi qualcosa di raro o di rarefatto che meriti, per poco che sia, di essere detto”.

Il passaggio al bosco – Ernst Junger

Il passaggio al bosco seguiva la messa al bando; e in quel modo l’uomo proclamava la propria volontà di affermarsi con le sue forze. Così facendo veniva considerato un uomo d’onore, come oggi, del resto, malgrado tutti i luoghi comuni che dicono il contrario.

Nella maggior parte dei casi la messa al bando era a quel tempo la conseguenza di un omicidio; oggi, invece, colpisce l’uomo automaticamente, come un giro di roulette. Nessuno di noi può sapere oggi se per caso domani mattina non si troverà a far parte di un gruppo dichiarato illegale. Ogni parvenza di civiltà sembra in tal caso abbandonare la nostra esistenza, mentre scompaiono gli scenari del benessere che anzi si trasformano in segni premonitori di distruzione. Il piroscafo di lusso diventa una nave da guerra, se addirittura non vengono issate le bandiere nere dei pirati o quelle rosse dei carnefici.

Il proscritto, ai tempi dei nostri antenati, era avvezzo a pensare con la propria testa, a condurre una vita dura, ad agire in piena autonomia. È probabile che in seguito si sia sentito abbastanza forte da accettare anche la messa al bando, e da solo è diventato guerriero, medico, giudice, perfino sacerdote. Oggi non è più così.

Le persone sono talmente adagiate nell’alveo delle strutture collettive da non essere più capaci di difendersi. Quasi non riescono più a rendersi conto di quale forza abbiano raggiunto i pregiudizi nella nostra epoca detta dei lumi. La vita, tra l’altro, discende dalle prese di corrente, dalle riserve di plasma, dalle condutture; da cui l’importanza delle sincronizzazioni, dei ripetitori, delle trasmissioni. Né le cose vanno molto meglio quando è in gioco la salute.

Ed ecco che all’improvviso la proscrizione ti colpisce, spesso come un fulmine a ciel sereno: sei un rosso, un bianco, un nero, un russo, un ebreo, un tedesco, un coreano, un gesuita, un massone e, comunque, sei peggio di un cane.

 

Ernst Junger, Trattato del ribelle

Dedica – Ricerca della base e della vetta – René Char

Povertà e privilegio è dedicato a tutti i disillusi silenziosi che, malgrado le sconfitte, non sono diventati inattivi. Loro sono il ponte. Saldi di fronte alla muta dei bari, sopra il vuoto e vicini alla terra che è di tutti, scorgono l’ultimo raggio e segnalano il primo. Qualcosa che regnò, si piegò, sparì, dovrebbe, riapparendo, servire la vita: la nostra vita di mietiture e deserti, e quel che meglio l’illustra nel suo avere illimitato.
Non si può impazzire in un’epoca forsennata, ma si può esser bruciati vivi da un fuoco di cui si è l’eguale.
1954

René Char – Ricerca della base e della vetta

amore è l’eterno unico dio – E.E. Cummings

love is the every only god

who spoke this earth so glad and big
even a thing all small and sad
man,may his mighty briefness dig

for love beginning means return
seas who could sing so deep and strong

one queerying wave will whitely yeam
from each last shore and home come young

so truly perfectly the skies
by merciful love whispered were,
completes its brightness with your eyes

any illimitable star

 

 

amore è l’eterno unico dio

che disse sia questa terra gaia e grande
perfino una cosarella tutta triste
l’uomo,può solcare la sua potente brevità

per l’amore inizio significa ritorno
mari che cantano così fondi e forti

un’onda imbizzarrita spumeggiando si struggerà
da ogni ultima sponda tornando a riva piccola

in modo così perfetto furono i cieli
in misericordioso amore sospirati,
la sua luminosità completa coi tuoi occhi

ogni stella sconfinata

Tra andarsene e restare – Octavio Paz

Tra andarsene e restare è incerto il giorno,
innamorato della sua trasparenza.

Il pomeriggio circolare si fa baia;
nel suo calmo viavai si mescola il mondo.

Tutto è visibile e tutto è elusivo,
tutto è vicino e tutto è inafferrabile.

Le carte, il libro, il bicchiere, la matita
riposano all’ombra dei loro nomi.

Nella mia tempia il battito del tempo ripete
la stessa testarda sillaba di sangue.

Dell’indifferente muro la luce fa
uno spettrale teatro di riflessi.

Mi scopro nel centro di un occhio;
non mi guarda, mi guardo nel suo sguardo.

Si dissipa l’istante. Immobile.
Vado e vengo: sono una pausa.