Torture – Wislawa Szymborska

Nulla è cambiato.
Il corpo prova dolore,
deve mangiare e respirare e dormire,
ha la pelle sottile, e subito sotto sangue,
ha una buona scorta di denti e di unghie,
le ossa fragili, le giunture stirabili.
Nelle torture, di tutto ciò si tiene conto.

Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c’erano, e ci sono, solo la terra è più piccola
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.

Nulla è cambiato.
C’è soltanto più gente,
alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,
reali, fittizie, temporanee e inesistenti,
ma il grido con cui il corpo ne risponde
era, è e sarà un grido di innocenza,
secondo un registro e una scala eterni.

Nulla è cambiato.
Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.
Il gesto delle mani che proteggono il corpo
è rimasto però lo stesso.
Il corpo si torce, si dimena e divincola,
fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,
illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

Nulla è cambiato.
Tranne il corso dei fiumi,
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Tra questi paesaggi l’animula vaga,
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a se stessa estranea, inafferrabile,
ora certa, ora incerta della propria esistenza,
mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è
e non trova riparo.

Non si è mai visto davvero il mondo se non lo si è sognato – Bachelard

Quando un cultore di rêverie è riuscito a sfuggire a tutte le preoccupazioni che affannano la vita, quando si è allontanato dal pensiero che gli deriva dal pensiero degli altri ed è così veramente l’autore della sua solitudine, quando infine può contemplare senza contare le ore la bellezza dell’universo, egli sente allora che un essere comincia a germogliare dentro a sé. A un tratto diviene sognatore del mondo. Egli si apre al mondo e il mondo si apre a lui.

Non si è mai visto davvero il mondo se non lo si è sognato. In una fantasticheria solitaria che accresce la solitudine del sognatore, due profondità si incontrano e risuonano come un’eco, dagli abissi dell’essere del mondo sino alla profondità dell’essere dell’uomo che sogna. Il tempo si ferma. Senza più ieri né domani, inghiottito dalla duplice profondità del sognatore e del mondo. Allora il mondo appare così maestoso che non vi accade più nulla: riposa nella sua tranquillità.

 

Gaston Bachelard

Un dito addita la luna et al – Nodi – R.D. Laing

Un dito addita la luna
Mettete l’espressone
un dito addita la luna, tra parentesi
(un dito addita la luna)
L’asserzione:
“un dito addita la luna è tra parentesi”
è un tentativo di dire che tutto ciò che è nella parentesi
(                                           )
è, in rapporto a ciò che non è nella parentesi,
ciò che un dito è alla luna
Mettete tutte le espressioni possibili tra parentesi
Mettete tutte le forme possibili tra parentesi
e mettete le parentesi tra parentesi
Ogni espressione, e ogni forma,
e rispetto a tutto ciò che non ha espressione e non ha
forma
ciò che un dito è alla luna
tutte le espressioni e tutte le forme
additano a ciò che non ha espressione e forma
la proposizione
“Tutte le forme additano a ciò che non ha forma”
è essa stessa un’asserzione formale

Non,
come il dito sta alla luna
così la forma sta a ciò che non ha forma
ma,
come il dito sta alla luna
così
tutte le espressioni forme proposizioni
possibili,
compresa questa, fatte o ancora da farsi,
insieme alle parentesi
stanno a

Che dito interessante
lasciamelo succhiare
Non è un dito interessante
tiralo via

L’asserzione non addita
Il dito è ammutolito

Nodi – R.D. Laing

Addio alla rivoluzione – Tomas Ibanez

Qual è la relazione tra Anarchismo da una parte e Rivoluzione Sociale dall’altra? In effetti, il movimento anarchico reale ha troncato la questione da molto tempo ed, in un certo senso, si può dire che il dibattito «rivoluzione si o no» è un dibattito sfasato o, se preferite, un dibattito per dinosauri ideologici, tra i quali evidentemente mi metto.

Io sostengo che il concetto di rivoluzione è antitetico o incompatibile con il pensiero anarchico, per il fatto stesso che è portatore d’una serie di conseguenze o effetti che sono necessariamente liberticidi.

Non si tratta, anzi tutto il contrario, di mettere in causa il «desiderio di rivoluzione» che costituisce un elemento fondamentale della sensibilità social-emancipatrice e del pensiero utopico o d’ogni esigenza etica.

I libertari e, con loro, milioni di persone sognano più o meno vagamente d’una mutazione sociale che sfocerebbe in una società radicalmente differente da quelle che conosciamo. Questo sogno costituisce, in effetti, un elemento dell’immaginario sociale dal tempo, non così lontano, in cui si scoprì che le forme sociali sono forme socio-storiche, cioè forme relative, e che è dunque concepibile agire su di esse per modificarle volontariamente. Desiderare attivamente di vivere in un «altrove», in rapporto al social-istituito che conosciamo, costituisce certamente l’imperativo d’ogni etica.

Non è dunque il desiderio di rivoluzione ad essere messo in causa. Ben al contrario, il desiderio di rivoluzione costituisce un elemento fondamentale di tutto il pensiero critico e fa parte a pieno titolo dell’indispensabile utopia libertaria. Ciò che risulta invece seriamente problematico è il progetto di rivoluzione. Vale a dire l’elaborazione politica o strategica del desiderio di rivoluzione, la sua traduzione concreta a livello d’una concezione e d’una pratica sociopolitica che si vogliono libertarie. Ciò che diventa seriamente problematico è la costituzione del desiderio di rivoluzione in un progetto razionale, elaborato, articolato, che serva da motore all’efficacia dell’azione individuale e collettiva, poiché il desiderio di rivoluzione diviene allora, necessariamente, un’impresa totalitaria ed uno strumento di dominazione. Perché il progetto rivoluzionario si contrappone a quello che potrebbe essere considerato come l’essenza stessa del pensiero anarchico? Non si tratta di una domanda legata all’aspetto insurrezionale o meno della rivoluzione.

In effetti, il ricorso alla violenza costituisce spesso la sola via d’uscita valida di fronte a certe situazioni ed io non sono di quelli che vedono nell’uso della violenza una «tara» che snaturi irremissibilmente ogni azione dalle mire emancipatrici. È vero che i mezzi o gli strumenti utilizzati non sono mai neutri e che l’uso della violenza implica necessariamente degli effetti specifici, ma tutti i mezzi che possiamo utilizzare sono caricati di effetti secondari non desiderati e non controllati. L’anatema lanciato contro la violenza dei dominati non pare giustificabile, a meno che non si miri ad un’eventuale «strategia della violenza», nel qual caso sarei d’accordo anch’io.

Al di là dell’aspetto insurrezionale o meno della rivoluzione, quello che viene messo in causa tocca una questione fondamentale, legata alla logica stessa del concetto di rivoluzione. Un’analisi storica dell’emergere e dello svilupparsi del concetto di rivoluzione sociale ci mostrerebbe a qual punto questo concetto è stato segnato dal modello scientifico proprio alla meccanica classica e a qual punto è tributario dell’ideologia scientista, determinista e dominatrice che impregna il modello scientifico galileo-newtoniano. Lappo Berti1 ha realizzato quest’analisi in un eccellente articolo apparso nella rivista «Aut-Aut»; non tratterò dunque in maniera dettagliata questo punto e mi accontenterò di segnalare che il concetto di rivoluzione è stato fondamentalmente utile, a livello storico, per i disegni della borghesia e, più in generale, per i disegni di ogni tentativo di conquista del potere politico. Questo aspetto da solo basterebbe a gettare un’ombra di dubbio sulla pretesa pertinenza libertaria del concetto di rivoluzione, ma ciò che importa è di segnalare altri aspetti e per far questo è necessario precisare alcune caratteristiche del concetto di rivoluzione. Una rivoluzione non si riduce certamente ad una semplice trasformazione della società, bisogna specificare almeno 5 elementi supplementari per render conto del concetto di rivoluzione:

 

1.è una trasformazione relativamente brusca e rapida, senza la quale i termini di «rivoluzione» ed «evoluzione» sarebbero intercambiabili;

2.è una trasformazione radicale, senza la quale si parlerebbe di un semplice riaggiustamento o di «riforma» sociale;

3.è una trasformazione orientata, o finalizzata, poiché i libertari non sono dei «democratici primari», non si soddisfano con la nozione di realizzazione del desiderio maggioritario delle persone ed esigono che la rivoluzione, per essere «autentica», si conformi ai propri criteri.

4.è una trasformazione globale, che tocca tutta la società, senza la quale non si tratterebbe che di una protesi sociale locale;

5.infine, a livello di progetto politico, la rivoluzione diventa necessariamente un obiettivo trascendente. Difatti, gli effetti attribuiti alla sua realizzazione sono sufficientemente importanti perché questo obiettivo, la rivoluzione, si collochi ad un livello qualitativamente diverso dagli altri obiettivi, relegandoli in una situazione di subordinazione gerarchica.

 

Se analizziamo le diverse conseguenze che derivano dalle cinque caratteristiche enunciate, è facile vedere perché l’idea di rivoluzione diventa incompatibile con l’anarchismo dall’istante in cui essa prende la forma di un progetto politico, cioè di un progetto virtualmente realizzabile e che orienta la pratica social-antagonista dei libertari.

Molto brevemente, segnalo tre di queste ragioni:

 

1. l’idea di rivoluzione, in quanto obiettivo trascendente, in quanto l’obiettivo sovraordinato, reintroduce necessariamente un elemento teologico nel pensiero libertario. Questo obiettivo supremo rende legittimo il sacrificio del presente al futuro, del tempo concretamente vissuto al tempo puramente ideale, legittima il sacrificio della vita all’idea, per non parlare d’altri sacrifici che si estendono dall’auto-sacrificio militante al sacrificio altrui, passando per il sacrificio (o la messa tra parentesi) dei «principi». Dall’istante in cui vi è un obiettivo trascendente, un fine supremo, un valore collocato nel tempo futuro, tutti i sacrifici sono permessi. Se la rivoluzione può essere compiuta grazie ad una strategia, qualunque essa sia, è chiaro che non ci possiamo dire libertari se non tentiamo di realizzarla – costi quel che costi -. Le migliaia di morti che quotidianamente provoca la società istituita, le innumerevoli sofferenze ed umiliazioni di ogni momento, l’ingiustizia permanente non ci lasciano scelta. Se la rivoluzione è inscritta come possibile conseguenza d’una strategia, niente può giustificare la rinuncia a questa strategia. L’affermazione che «il fine non giustifica i mezzi» perde in questo contesto ogni significato che non sia moralista e pio. Che importano le giustificazioni se il risultato costituisce la fine della barbarie? Si tratta certamente d’un vecchio dibattito, ma coloro che credevano veramente che la rivoluzione potesse essere una conseguenza diretta delle loro azioni avevano ragione di «calpestare» i «buoni sentimenti» dei libertari. Bisogna effettivamente scegliere tra la credenza nel progetto rivoluzionario da una parte e «l’ideologia» libertaria dall’altra. Non si può essere libertari e sviluppare un progetto rivoluzionario, poiché questo nega l’insieme dei valori libertari. Non averlo compreso ha condotto i libertari della prima metà del secolo ad incredibili aporie, scavando un fosso tra la loro pratica e la loro ideologia.

2. L’idea di rivoluzione, in quanto progetto globale e totalizzante, che tocca l’insieme d’una data società, è necessariamente un progetto totalitario perché «annoda» in uno stesso nodo l’insieme delle traiettorie individuali, subordinando il particolare al generale. In effetti la società è un sistema, nel senso forte del termine tutte le sue parti interagiscono le une con le altre e sono interrelate. La società è più della somma delle sue parti ma essa è anche meno della somma delle sue parti, giacché per il semplice fatto d’essere costretta in un sistema ogni parte subisce delle costrizioni che limitano l’espressione delle sue proprietà. Il «progetto rivoluzionario» comporta anche un «progetto di società». In effetti, non si tratta d’un semplice progetto negativo mirante a distruggere e basta il sociale istituito, ma comporta la proposta d’un sistema sociale alternativo. Di conseguenza, il progetto rivoluzionario si presenta come un progetto che toccherà, che lo voglia o no, l’esistenza di ognuna delle parti che compongono la società, che queste parti vogliano o no adattarsi al progetto di società concepito dai «rivoluzionari». Un progetto di società può essere concepito in moda da massimizzare la libertà e l’autonomia di ciascun elemento sociale ma ciascun elemento deve essere compatibile con l’insieme, e questo insieme assicura appunto la compatibilità esercitando su questo le operazioni materiali ed ideologiche necessarie. Il modello di società veicolato da un progetto rivoluzionario è dunque un modello per tutti. Si può dubitare che il fine dell’azione libertaria sia di promuovere un sistema sociale, qualunque esso sia, nella misura in cui, per definizione, questo sistema sarà localmente costrittivo.

3. Infine, l’idea di rivoluzione implica la credenza nel determinismo sociale, cioè la credenza che la società è una specie di macchina retta da leggi, sulla quale si possono applicare alcune azioni causali per produrre degli effetti controllati e prevedibili. Senza questa credenza il «progetto rivoluzionario» non ha senso perché una strategia si può elaborare solo sulla base d’un legame causale tra le operazioni realizzate e le conseguenze prodotte, o quantomeno sulla base d’una credenza in questo carattere causale. Il che porta ad ignorare semplicemente che la società è un sistema autoorganizzante e dunque fortemente imprevedibile nelle sue reazioni e nel suo funzionamento. E questo porta anche (ma è un’altra questione), ad accettare un modello di conoscenza del sociale basato sul controllo dell’oggetto da conoscere, cioè basato in definitiva sul controllo sociale.

 

In definitiva, il pensiero libertario non può ospitare nel suo seno il concetto di rivoluzione e deve anzi abbandonare l’uso stesso del termine «rivoluzione». L’attività pratica dei libertari può, eventualmente, scatenare o provocare una rivoluzione, ma mai come risultato di un effetto ricercato, mai come esito d’un progetto razionale e coerente. Il «desiderio di rivoluzione» e l’«utopia» sottese dalle pratiche libertarie costituiscono dei potenti elementi di cambiamento sociale. Possono forzare il sistema sociale a ristrutturarsi senza che si sappia molto bene come e perché. Per fortuna, né i libertari, né alcun altro dominano sufficientemente i meccanismi e le regole sociali per poterli controllare e dirigerne volontariamente il corso. Per finire, vorrei ricordare che l’anarchismo è un sistema in divenire, un sistema essenzialmente evolutivo, che alle sue origini era pieno di insufficienze e tracce autoritarie ed ancor oggi continua ad averne.

In una prospettiva di anarchismo critico, si tratta, per così dire, di migliorare l’anarchismo giorno dopo giorno liberandolo progressivamente dei suoi contenuti autoritari. Oggi, il progresso del pensiero anarchico passa attraverso tre condizioni essenziali:

 

1. Abbandonare esplicitamente il concetto di rivoluzione, procedere alla sua critica e tirare tutte le conseguenze di questo abbandono.

2. Riconoscere l’impossibilità d’una società privata delle relazioni di potere e tirarne anche qui le conseguenze.

3. Riconoscere che non tutte le finalità positive sono necessariamente compatibili tra loro2 e tirarne le conclusioni.

 

Se quello che ho detto è vero, è certamente un vero peccato perché era piacevole sognare una società senza potere, credere che tutti i valori che ci sembrano positivi potessero organizzarsi in una sorta di bouquet armonioso ed era effettivamente esaltante vivere lottando per la rivoluzione. Gli anarchici sono stati tra i primi a proclamare che l’uomo doveva abituarsi a vivere senza Dio, anche se questo era frustrante e difficile; oggi gli anarchici, e gli uomini in generale, devono apprendere a vivere abbandonando la credenza nella rivoluzione.

 

Tomas Ibanez – Coordinatore del Dipartimento di Psicologia Sociale all’Università Indipendente di Barcellona. Figlio di esuli spagnoli a Parigi, è stato tra i fondatori del Movimento XXII Marzo ed è stato espulso dalla Francia per la sua partecipazione al Maggio ’68; autore di Poder y Libertad (Barcellona, 1983).

 

Traduzione di Rossella Di Leo

 

 

1 BERTI L., Rivoluzione o…? «Aut-Aut», gennaio 1980, Milano.

2 PAGÉS R., La libertà, la guerra, la servitù, «Volontà», n. 4/1984

 

Desiderio – L’Abécédaire – Gilles Deleuze

Finora si è parlato di desiderio astrattamente perché si è isolato un oggetto che si suppone essere l’oggetto del desiderio, e allora si può dire ‘desidero una donna, desidero partire per un viaggio…’ E noi dicevamo (Deleuze e Guattari) una cosa semplice: non si desidera mai veramente qualcuno o qualcosa. Si desidera sempre un ‘insieme’.

Qual è la natura dei rapporti tra gli elementi perché ci sia desiderio, perché diventino desiderabili? Dice Proust, non desidero una donna, ma desidero anche un ‘paesaggio’ che è contenuto in quella donna, un paesaggio che forse neanche conosco, ma che intuisco e finché non ho sviluppato questo paesaggio non sarò contento, cioè il mio desiderio non sarà compiuto, resterà insoddisfatto.

Quando una donna dice ‘desidero un vestito’ è evidente che non lo desidera in astratto. Li desidera nel suo contesto, nella sua organizzazione di vita. Il desiderio non solo in relazione a un paesaggio, ma a delle persone, i suoi amici o no, la sua professione. Non si desidera mai qualcosa di isolato. Ma ancora, non desidero neanche un insieme, desidero in un insieme.

In altri termini non c’è desiderio che non scorra in un concatenamento. Di modo che il desiderio per me è sempre stato…. Se cerco il termine astratto corrispondente, è ‘costruttivismo’. Desiderare è costruire un concatenamento, costruire un insieme. L’insieme di una gonna, di un raggio di sole…di una strada, il concatenamento di un paesaggio, di un colore. Ecco cos’è il desiderio. E’ costruire un concatenamento, significa costruire una regione. Concatenare.

Il concatenamento è un fenomeno fisico, è come una differenza. Perché accada qualsiasi evento c’è bisogno di una differenza di potenziale e ci vogliono due livelli, bisogna essere in due, allora accade qualcosa. Un lampo o un ruscelletto e siamo nel dominio del desiderio.

Un desiderio è costruire. Tutti passiamo il nostro tempo a costruire. Per me quando qualcuno dice ‘desidero la tal cosa’ significa che sta costruendo un concatenamento.

Il desiderio non è nient’altro.

L’UNICO DESIDERIO COMPLETO E’ QUELLO DI BUDDHA – Shunryu Suzuki Roshi

Quando si studia il buddhismo si hanno tante idee egoistiche: “Io studio. Io devo capire di cosa si tratta”. Il motivo per il quale si ha un maestro è perché si apprenda la verità nella sua forma più pura, senza estendere la pratica egoistica o avere una comprensione egocentrica. Si pensa che non ci sia nulla di sbagliato nell’estendere il proprio desiderio. Questo è l’errore. Qualcosa accade; qualcosa è sbagliato. Ci deve essere qualcosa di sbagliato se si estende il proprio desiderio senza pensare, senza riflettere o senza osservare.Quando dico che occorre limitare il proprio desiderio, voglio dire che non bisogna estenderlo nel suo senso limitato. Per esempio: “questo è il mio desiderio” – In tal modo si è già limitata la natura del desiderio. Senza limitazioni vuol dire avere una più vasta comprensione del desiderio che si può estendere all’infinito. L’unico desiderio che è completo è il desiderio di Buddha. Occorre comprendere ciò. Il desiderio perfetto appartiene unicamente a Buddha – il perfetto, che include tutto. Qualunque cosa egli faccia è corretta, perché è un essere completo. Per lui non ci sono amici o nemici. Ciò che esiste è Buddha stesso.

Fuochi blu – J. Hillman

La psicologia alchemica condensa in modo ammirevole i due tratti del cuore leonino (la conformità del suo pensiero e la sua oggettivazione) in quella sostanza alchemica, il Sulphur, lo zolfo, che è il principio di «combustibilità», la magna fiamma.«Dove si può trovare questo sulphur?» – domanda Sendivogius, benedettino inglese del quattordicesimo secolo – «In tutte le sostanze, in tutte le cose del mondo: metalli, erbe, alberi, animali, pietre sono il suo giacimento».

Tutto ciò che d’improvviso si illumina, attira la nostra gioia, si accende di bellezza, ciascun roveto è un dio che arde: questo è lo zolfo alchemico, la faccia infiammabile del mondo, il suo flogisto, la sua aureola di desiderio, enthymesis diffusa. Quella succulenza verso cui tendiamo come consumatori è l’immagine attiva che è in ogni cosa, l’immaginazione attiva dell’anima mundi, che infiamma il cuore e lo provoca a uscire.

Il momento della conflagrazione è anche, contemporaneamente, quello della coagulazione: zolfo è ciò che aderisce, la mucillagine, la «gomma», ciò che congiunge, l’appiccicosità dell’attaccamento. Lo zolfo letteralizza il desiderio del cuore nell’istante stesso in cui il thymos fa ardere di entusiasmo. Conflagrazione e coagulazione avvengono insieme. Desiderio e oggetto del desiderio diventano indistinguibili.

La condizione interdipendente – Lin Chi

C’è la ‘condizione interdipendente’ chiamata illuminazione, c’è la ‘condizione interdipendente’ del nirvana, c’è la ‘condizione interdipendente’ della liberazione, c’è la ‘condizione interdipendente’ del triplice corpo, c’è la ‘condizione interdipendente’ dell’ambiente oggettivo e della mente soggettiva, c’è la ‘condizione interdipendente’ del bodhisattva, c’è la ‘condizione interdipendente’ della buddhità. Vivete nel mondo del cambiamento interdipendente, cos’è che andate cercando?

Lin Chi lu – Rinzai roku – Raccolta di Lin Chi



Per quanto tu ragioni, c’è sempre un topo – Giorgio Caproni

Per quanto tu ragioni, c’è sempre un topo – un fiore – a scombinare la logica. Direi che tutto nel tuo ragionamento è perfetto, se non avessi davanti questo prato di trifoglio. E sarei anche d’accordo con te, se nella mente non mi bruciasse (se non mi bruciasse la mente – con dolcezza) quest’odore di tannino che viene dalla segheria sotto la pioggia: quest’odore di tronchi sbucciati (d’alba e d’alburno), e non ci fosse il fresco delle foglie bagnate come tanti lunghi occhi, e il persistente (ma sempre più sbiadito) blu della notte.

Giorgio Caproni da Il franco cacciatore

Andantino – Giorgio Caproni

Così di rado l’ho visto
E, sempre, così di sfuggita.
Una volta, o m’è parso,
Fu in uno dei più bui
Cantoni d’un bar, al porto.

Ma ero io, era lui?

C’era un fumo. Una folla.
A stento, potei scorgerne il volto
Fisso sulla sua birra svogliata.
Teneva la mano posata
Sul tavolo, e piano
Piano batteva le dita
Sul marmo – quelle sue dita
Più lunghe, pareva, e più magre
di tutta la sua intera vita.

Provai a chiamarlo. Alzai
Anche un braccio.
Ma il chiasso.
La radio così alta
Cercai,
A urtoni, d’aprirmi un passo
Tra la calca, ma lui
(od ero io?) lui
già s’era alzato: sparito,
senza che io lo avessi incrociato.

Mi misi, muto, a sedere
Al suo posto, e – vuoto –
Guardai a lungo il bicchiere
Sporcato ancora di schiuma:
Le bollicine che ad una
Ad una (come nella mia mente
Le idee) esplodevano
Finendo – vuote – in niente.

Giorgio Caproni